8 Febbraio – Niente fu mai più lo stesso

“Ti ricordi di me?”
“Dovrei?”
“Saranno passati quanti… tre anni? Ci siamo conosciuti alla stazione. Tu ti eri appena trasferita se non sbaglio. E’ curioso trovarti qui.”
“Senti, io… mi dispiace.”
“Non ti ricordi? Ti prendevo in giro per il gilet dei Guns e tu… Oh… ok. Fa niente. Ciao. Magari la prossima volta.”
Mi scrutava con aria disorientata, come se si aspettasse una reazione. Ma io non conoscevo quel ragazzo. O forse si? Anche fosse, non potevo certo dirgli: forse mi ricordo ma vedi, tre anni fa ho avuto un incidente e parte della mia memoria è andata. Dei buchi, dei maledettissimi buchi neri che si portano via parte della mia vita. Certo che no.
Se solo avessi dato retta ai segni, quella mattina. Ma allora ancora non credevo a queste cose. Tutto mi diceva di non partire: la macchina di papà parcheggiata in modo che non potessi uscire con la mia cinquecento blu nuova di zecca, poi, una volta spostata, era la mia a non collaborare. Continuavo a girare la chiave ma non partiva, non voleva saperne. Dissi a mia sorella di scendere, quel giorno non saremmo andate a messa. E di prendere la macchina di papà non se ne parlava, non mi ero mai sentita al sicuro su quella ford che mi era sempre sembrata enorme. Pensai di andare a piedi, non erano molti chilometri, ma era già tardi e poi aveva da poco nevicato. A febbraio qui si gela. Non feci in tempo a varcare la soglia di casa che sentii il rombo del motore – se rombo si può chiamare quella sorta di wrom che bramiva la mia utilitaria. Papà chino sul cofano a farfugliare qualcosa.
“Funziona! Ma ormai credo si sia fatto troppo tardi. Andrete la prossima volta.”
“No papà, ci vuole un attimo! E poi lo sai che ci tengo. Su, Deja! Sbrigati, andiamo!”. Ci fiondammo fuori dalla porta e salimmo in macchina. Eravamo avvolte in piumini bianchi e scaldamuscoli. Un giorno di neve aveva completamente imbiancato il bosco. fortunatamente l’unica strada a disposizione per raggiungere il paese era stata prontamente cosparsa di sale; sentivo ancora in lontananza rumoreggiare la spazzatrice, così chiamava Dejanira il comune spargisale.
Appena fuori dal vialetto notai come le gomme slittassero a contatto con l’asfalto, o meglio, con la poltiglia che faceva da tappeto. Sapevo che era bene essere prudente, anche se rischiavamo di arrivare in ritardo.
“Che dici, si arrabbierà molto per un po’ di ritardo?” feci, sorridendo alla mia destra.
“Vorrà dire che resteremo qualche minuto di più alla fine” rise.
“Quante volte ti ho detto di mettere la cintura prima che sia partita? Siamo già a metà strada!” Fortunatamente avevo la mania di controllarla, mi sentivo costantemente responsabile. Sbuffò, come al suo solito, ma la allacciò.
Ciò che avvenne un attimo dopo fu breve, doloroso e confuso: le immagini si stamparono ai miei occhi, rapide come flash di titoli di coda. Felci, rami, bosco, verde, terra, ancora verde. Mia sorella, pezzi di plastica, sangue, terra, verde. Rumore. Buio.
Quando aprii gli occhi non sapevo di essere ancora viva, ma ci sperai. L’involucro di lamiera che si piegava sopra di me era quello che restava della mia macchina e un volto cereo segnato da rigoli rosso vivo era quello che speravo non essere rimasto di mia sorella. Fumo e benzina. Se ero viva e quello era reale dovevo uscire dalla macchina il prima possibile, anche se non sembrava facile: dai finestrini accartocciati vedevo solo fusti d’albero e felci che ostruivano ogni visuale. Scossi mia sorella, cercando disperatamente una risposta, un cenno, un movimento. Cercai la borsa, il cellulare, qualcosa. Ricordai che lo mettevo sempre in vista sul cruscotto e riuscii a prenderlo. Intanto mia sorella aveva aperto gli occhi. Grazie a Dio. Era solo svenuta.
“Parlami, stai bene? Dimmi qualcosa!”
“Dove sono! Aiuto! La testa. Usciamo! Usciamo c’è fumo usciamo!”
“Si. Devo togliere la cintura. Togli la tua. Sbrigati, veloce!”
“Ho fatto! Dai, corri!”

“Deja. Vai! Prendi il telefono, corri lontano, chiedi aiuto! Vai via di qui!”
Avrei voluto che quella scena fosse un buco nero, invece la ricordavo nei dettagli. Ogni flash era un fitta di dolore. Sapevo che non mi avrebbe dato retta, quella testa dura.
“Non ci penso nemmeno! Dobbiamo uscire di qui, forza, slegati.”
“Deja, è bloccata. Devi andartene. E’ un ordine hai capito?”
“Se tu resti qui, resto qui anch’io. Non ti ci lascio.”
“Sei pazza! Devi andartene! Può scoppiare tutto da un momento all’altro. Vai via!”
“Non – ti – lascio.”
Stavo per spingerla fuori con tutta la forza che avevo ma un bagliore tra le felci catturò i miei occhi. Ero proprio convinta di aver visto un uomo, per un millesimo di secondo, che mi guardava come se volesse dirmi qualcosa di importante. Ma svanì subito. Non so cosa successe perchè tutto fu consecutivo, confuso, veloce. Ma le immagini più chiare sono mia sorella che sgancia la mia cintura e mi trascina fuori dalla macchina.
Mi rendo conto di avere ancora due gambe intere, allora prendo Dejanira per il braccio e corro. Trovo una fessura tra gli arbusti e corro, come se scappassi dalla morte. Scappavo dalla morte. Quando fui sicura di essermi lasciata il disastro alle spalle, mi accasciai a terra, e sentii dolori lancinanti pervadermi tutto il corpo. Non riuscivo più a muovere le gambe, non riuscivo più ad alzarmi. Dejanira si spostava cercando copertura per telefonare.
Il silenzio fu rotto da urla in lontananza, non si capiva bene, forse alla macchina. Chissà quanto c’eravamo allontanate. Poi sempre più forti, più vicine, ma non così vicine da vedere chi fosse ad urlare così.
Ben presto riconobbi l’urlo straziante di mia madre, che urlava i nostri nomi, tra lo stridore delle lacrime che squarciavano lo spazio della distanza tra di noi. Adesso la sentivo:
“Le mie figlie! Le mie figlie!”
“Signora, deve allontanarsi. Non c’è più niente da fare” qualcuno rispose.
Ma no! Cosa le stava dicendo! Mamma sono qui! Siamo qui! Non potevo urlarlo ma Dio solo sa quanto ci stessi provando. Ciò che mi usciva non era che un flebile sussurro.
Un pianto disperato, il dolore straziante di una madre che ha conosciuto la morte. Ed io non potevo fare niente.
“Robi, ci sono riuscita! Sta chiamando!” Dejanira portò all’orecchio il cellulare e venne vicino a me.
“Pronto?” dall’altra parte. Papà.
“Aiuto! Papà aiuto! Siamo qui, non lo so, papà vieni a prenderci ti prego!”
Vidi, non so quanto tempo dopo, mio padre saltare giù dal precipizio sopra di noi sulla sola suola delle sue scarpe. Cascò giù scivolando, era la discesa di una vigna, poi capii. Una sirena qualche metro più in là e mia madre piangeva ancora.
Qualche mese dopo, sfogliando l’album della nonna, trovai la foto dell’uomo che ero sicura di aver visto sul luogo dell’incidente. Quella era la foto del mio bisnonno. Non lo avevo mai visto prima.
Impossibile rimanere vive, dissero. Da una macchina in quelle condizioni non si esce vive. Un volo di dieci metri può portare solo morte. Dissero. Eppure sono qui.

Berkheiya purpurea

Era tornata lì, di nuovo, nel giorno esatto, e come tutti gli anni si limitò a guardarli da lontano, ad osservare quella che doveva essere la sua vita, la sua famiglia.
Si nascondeva dietro quei vecchi abeti, che avevano visto ogni suo ritorno e scorgeva i frammenti della felicità che non le apparteneva, di cui un tempo ne aveva assaporato gli albori e che avrebbe dovuto essere sua. Si, se solo non avesse lasciato che il lento e insopportabile trascorrere dei giorni ne cambiasse i contorni; se non avesse permesso alla paura di dominare il cuore.
Loro erano lì, a rincorrersi sul prato che circondava il loro piccolo cottage; fragili schiamazzi di gioia percorrevano l’aria, piccoli gemiti di un bambino a completare il magico cerchio.
Era la sua vita, quella che aveva sempre sognato di dividere con lui; doveva esserci lei accanto a quel bambino, le sue mani, tra i suoi capelli.
Avrebbe dato tutto per poterlo guardare negli occhi ancora una volta, tranne l’anima, quella non la possedeva più da quando lui se n’era andato. Le piaceva pensare che quell’eterea parte di sè gli appartenesse; che l’avesse portata via con lui per custodirla, per tenerla per sempre con sè.
In cuor suo aveva sempre sperato che la notasse tra le ombre degli alberi, che sentisse la sua presenza così vicina, e che le regalasse un unico sguardo, seppur a distanza, lasciando che il vento gli accompagnasse il profumo che ancora ricordava.
La guancia tradì una lacrima, quando si accorse che alla mano destra aveva ancora l’anello; glielo donò quando i loro cuori si scambiarono una promessa di amore eterno, in silenzio, suggellata da labbra che schiudevano l’infinito.
Portava ancora il suo anello. Forse non l’aveva mai dimenticata. Forse l’amava ancora.
Ed era di nuovo tardi, troppo tardi, per aspettare uno sguardo. Irrimediabilmente tardi, per tamponare il cuore.
“Buon anniversario, anima mia” sussurrò al vento, prima di voltarsi e lasciar cadere sul suolo quel fiore che era il simbolo del loro amore immortale.

Note riguardo al titolo:
La Berkheiya purpurea è un fiore che nasce dall’innesto tra un cardo e una margherita.

La distanza di un salto

Sviluppato da un incipit realizzato per il Laboratorio di scrittura creativa del forum per aspiranti scrittori di Galassia Arte: http://aspirantiscrittori.forumcommunity.net/?t=37737966

Tutti mi dicevano “il tempo guarisce tutte le ferite” ed io non li ascoltavo mai. Ma che ne sapevano loro? Ognuno sente il proprio male. Si, ho sempre creduto questo, io.
E adesso che mi trovo qui, a cavalcioni su questo ponte che un tempo era palcoscenico dei miei sogni e delle mie speranze, delle nostre speranze, confermo che tutti sbagliavano. Eccome se sbagliavano.
Non posso credere alle balle sul tempo; non finchè continuerò a vederti in questi alberi, in questi sassi, in questi fiori. Non finchè continuerò a sentirti in queste mani. L’amore non può essere solo un ricordo, finchè lo porterai nel cuore, mi dicevi. E così mi hai lasciata in balìa della vita, in mano al tempo, questo maledetto tempo. Potevi risparmiarti le tue belle parole; te ne saresti andato comunque e magari avrei potuto odiarti e forse adesso non avrei odiato me. Per averti lasciato camminare sull’anima. Per averti permesso di strapparmela e portarla con te, ovunque tu sia. E senza anima, lo sai, non ha senso vivere.
Tutti sbagliavano.
Tienila al sicuro, ovunque tu sia. Diverrò aria nel vento, nessun corpo mi apparterrà, nessun dolore mi attraverserà. Solo aria. Nient’altro che aria. E’ la distanza di un salto.

Un amore proibito

“Non c’è tempo, dobbiamo sbrigarci” pensò, certa che lui l’avrebbe sentita, ovunque si trovasse. “Presto dovrò tornare al mare. Vieni da me, amore mio”. Ad ogni suo passo il bosco sembrava prendere vita, la natura risvegliarsi ed accendersi, abbandonando il colore vecchio e smunto che aveva assunto in sua assenza. Yliana guardava oltre gli alberi ma non scorgeva altro che fronde; scrutava con attenzione attorno a sé in cerca di lui.
A’ maelamin” (amore mio) sussurrò, soffiando tra le foglie. Sapeva che il potere dell’antica lingua elfica l’avrebbe raggiunto e portato da lei, nel posto esatto in cui si trovava.
Attese, si abbandonò alla terra, che materna l’accolse tra le sue braccia silvane che l’avevano attesa per mille lunghi anni.
“Mia amata” echeggiò una calda voce oltre gli alberi. Il lupo dal manto grigio le fu accanto in un batter d’occhio. Poggiò il muso sul suo grembo, lei lo prese dolcemente con le mani e se lo portò al volto, accostando al folto pelo la guancia perlata.
Cormaminn lindua ele lle” (il mio cuore canta al vederti) bisbigliò, guardandolo negli occhi, occhi che non aveva potuto dimenticare.
“Per troppe lunghe lune ho atteso il tuo ritorno – un lamento accompagnò la voce di Soris – Senza di te, nulla nel bosco ha vita. Il destino ci è nemico. Quanto tempo ancora ci è concesso? ”.
“Abbiamo fino al crepuscolo, amore mio. Non mi importa del tempo, se l’unico respiro che mi è permesso inizia e finisce qui, con te, nella nostra dimora eterna”.
“Andiamo via – fece il lupo, chinandosi per farla salire sul dorso – Tieniti forte, ti porto dove io posso vederti ogni giorno”. Con un balzo fulmineo sfrecciò attraverso gli alberi, oltre le ombre del bosco, troppo veloce e aggraziato per poter udire il calpestio delle zampe sul suolo. Abbandonò il sentiero e tagliò per la montagna, scalando le alture, sfidando le rocce e insinuandosi tra gli arbusti. Yliana era come una piuma sul suo dorso; Soris sentiva di lei solo il respiro ed il profumo che, mosso dal vento, gli si scagliava addosso. Oltrepassò l’ultima schiera di fronde alte e si lanciò incontro alla radura che si apriva ormai davanti a loro e, una volta raggiunta, arrestò la sua corsa adagiandosi all’argine di un piccolo ruscello. Yliana, con movenza leggiadra toccò il terreno, si voltò verso il suo amato e gli si posò vicino, accomodandosi sul suolo umido.
La superficie dell’acqua del ruscello rifletteva, grazie al filo di luce che filtrava attraverso gli alti fusti, l’alone violaceo dei fiori di Misantra che ne adornavano le sponde. I fiori millenari, li chiamava il suo popolo; quei fiori che avrebbero concesso, una volta ogni mille anni, la mortalità ad uno solo tra i figli del bosco di Theorius.
“E’ qui che vieni tutti i giorni?” disse, stupita da quella vista incantevole.
“E’ qui che ogni giorno vengo a riposarmi, dopo aver cacciato senza fame, corso senza meta – rispose Soris, lo sguardo perso lungo il rivolo rilucente – E’ qui che ti vedo, riflessa nel ruscello che ti ha portata via da me, seduta ai piedi di quell’altura, parte integrante della montagna. Ti vedo in quei fiori che dovevano donarti una vita mortale. Adesso anche tu, perduta in una vita senza fine, al patibolo, solitaria, lontana dalla tua casa, lontana da me. Perchè lo hai fatto, Yliana? Perchè hai permesso loro di tenerci lontani?”.
“Perchè altro non ci sarebbe stato concesso, amore mio. Le nostre razze convivono dai tempi remoti ma un amore come il nostro non è permesso”.
“Dovevi lasciare che mi uccidessero. Avrei trovato il modo di tornare da te. Invece hai consentito che ti esiliassero nei perduti mari per l’eternità”.
“Sai bene che non lo avrei permesso. La tua immortalità non ti avrebbe salvato dalla pena eterna; conosci la leggenda: se ti uccidessero, non potresti tornare mai come prima; perderesti una parte importante di te, alcuni dei tuoi ricordi si alienerebbero, per l’eternità”. Parlandogli, appoggiò la testa sull’incavo del suo collo robusto e lo abbracciò, col fare aggraziato di creatura meravigliosa, come solo un elfo dei boschi può.
Yliana aveva ormai appreso la vita del mare, si muoveva ai suoi ritmi. Il corpo profumava di brezza marina e lo scintillio del tessuto che adornava la pelle richiamava la sontuosità delle onde.
“Abbiamo ancora questo giorno di vita, amore mio, non sprechiamolo pensando a quando saremo lontani; vivremo il prossimo tra mille lunghi anni, e trascorrerò questi mille anni aspettando il nostro giorno in più, per viverti come oggi”.
Cormamin niuve tenna’ ta elea lle au’” (il mio cuore dormirà finchè non ti rivedrà ancora) pensò. Lui la sentiva.
“Ed io ci sarò. La mia pelle non ha età. Condannato a vagare per sempre in un tempo in cui il tuo amore mi è negato”.
“Amami oggi, Soris. Amami e tienimi con te, così, per sempre. Dentro di te, io posso vivere”.

Il tempo si consumò lento, sembrò restare immobile, sospeso, come i loro corpi, stretti in un abbraccio granitico, indissolubile, acceso dell’intensità originata dai loro occhi, persi gli uni nell’infinità immortale degli altri. Occhi verdi senza tempo, caldi del colore della straordinaria natura che da sempre li sorvegliava.
“Non voglio perderti ancora” – irruppe Soris, molto dopo, troncando il silenzioso fragore della selva attorno a loro – Voglio che tu rimanga qui, dov’è la tua casa, con me. Non posso pensare di vivere altri mille anni senza di te”.
“Il mio cuore non è mai andato via, è sempre rimasto qui con te, e il mare mi avvolge e annulla le mie paure; ormai ne faccio parte, ho imparato a volergli bene. Non c’è sofferenza, se dopo arrivi tu. Non c’è vita mortale ch’io possa volere, se nell’immortalità io trovo te”.
Pronunciate quelle parole, Yliana salì sul dorso di Soris e, avvicinatasi al suo orecchio, gli sussurrò di portarla sul tappeto di luna dove, prima che fossero separati, andavano tutte le notti.
Lo sguardo del lupo si accese di ultima gioia al ricordo di quel luogo speciale; così, con naturale maestosità, sparì tra la vegetazione, solcando il terreno di un passo immateriale, sfrecciando alla velocità silenziosa del vento. Raggiunse la cima della montagna, che il cielo sembrava avvolgere del suo mantello e, con il suo unico amore immortale che gli cingeva il collo, ululò alla luna il grido disperato dell’amore proibito, dell’amore senza tempo.

Alcune frasi fanno parte del frasario elfico dei Reami Perduti.

Tu continua a immaginarmi… [racconto bonsai]

“Hanno acceso un rametto d’incenso. Ora parlano. Parlano a bassa voce. La fiamma deve aver già arso l’estremità del bastoncino, riesco a sentirne l’odore. Si sono ricordati che amo questo profumo.
Parlano ancora, li sento, ma loro non lo sanno. Non posso parlargli, spero che capiscano che non posso. Vorrei tanto parlare con loro.
Mamma, cosa stai facendo? Ti stai avvicinando, adesso mi accarezzi i capelli. Non preoccuparti, mamma, io sto bene. Non sento dolore.
Non immaginarmi in questo letto di ospedale; immaginami seduta sulla sedia, in giardino, come quando ero a casa con te, felice.
Immagina che stiamo parlando: tu mi stai chiedendo di quel vestito che mi hai regalato, vuoi sapere se mi piace. Mamma, mi piace. Te lo avevo detto? Io ti ho risposto che l’avrei indossato il giorno della festa, a casa di Michelle. C’è anche lei con te, adesso. Sento la sua voce, la sento piangere. Non deve piangere. Mamma, dille di non piangere.
Continua a immaginami, mamma. Pensa a quel giorno in cui ti ho detto che volevo andare al mare e tu mi ci hai portato. Ti ricordi quanto abbiamo corso, sulla spiaggia? E le risate, ti ricordi le risate? Era bello, mamma.
No, non smettere di accarezzarmi, io ti sento. Non pensare che non lo senta, il tuo dolore; sono sempre qui con te, anche se resto in silenzio. Io ci sono. Guardami, sono qui.
Continua ad immaginarmi, mamma; non lasciarti sprofondare nella tristezza, non farlo mai, perchè io sarò con te. Anche quando tutto sarà finito, io sarò con te. Non ti abbandonerò mai.
Non hai sbagliato in niente, lo sai? Non te l’ho mai detto, ti chiedo scusa. Mi perdoni?
Ti voglio bene, mamma.
Il profumo d’incenso mi sta avvolgendo, adesso mi sembra di stare a casa con te, sdraiate entrambe sul tappeto del soggiorno, a giocare a scacchi, accanto al camino acceso. Te lo ricordi, mamma? Mi facevi sempre vincere, credevi che non lo sapessi? Non sono mai stata brava quanto te e tu lo sapevi, e sbagliavi le mosse, solo per farmi vincere. E dicevi sempre che ero io la migliore.
Cosa sta dicendo, cosa vuole l’infermiera? No, mamma, non dirle così! Non mi muovo, è vero, ma ti sento. Anche se non sono aperti, i miei occhi possono vederti. Ti vedo soffrire, ti sento disperarti per me. Non abbandonarmi, anche se sono immobile. Ho solo diciassette anni. Non lasciarmi andare via, perchè io ci sono! Mamma… mamma!
Cosa mi sta facendo? Che cos’è? Non ho fame, dille di smetterla. Ma che cos’è? Non farle mettere il tubicino.
Non voglio nulla, voglio solo che torni qui. Continua a parlarmi, ad accarezzarmi. Ti sento sempre più distante. Mamma, torna qui. Dove sei? Non ti sento, non ti sento!

Mamma, mi sto spegnendo vero? Non sento più il profumo dell’incenso, anche lui si è spento. Resta solo cenere. Non sento più niente.
Mamma, non volevo abbandonarti. Perdonami.”