“Ti ricordi di me?”
“Dovrei?”
“Saranno passati quanti… tre anni? Ci siamo conosciuti alla stazione. Tu ti eri appena trasferita se non sbaglio. E’ curioso trovarti qui.”
“Senti, io… mi dispiace.”
“Non ti ricordi? Ti prendevo in giro per il gilet dei Guns e tu… Oh… ok. Fa niente. Ciao. Magari la prossima volta.”
Mi scrutava con aria disorientata, come se si aspettasse una reazione. Ma io non conoscevo quel ragazzo. O forse si? Anche fosse, non potevo certo dirgli: forse mi ricordo ma vedi, tre anni fa ho avuto un incidente e parte della mia memoria è andata. Dei buchi, dei maledettissimi buchi neri che si portano via parte della mia vita. Certo che no.
Se solo avessi dato retta ai segni, quella mattina. Ma allora ancora non credevo a queste cose. Tutto mi diceva di non partire: la macchina di papà parcheggiata in modo che non potessi uscire con la mia cinquecento blu nuova di zecca, poi, una volta spostata, era la mia a non collaborare. Continuavo a girare la chiave ma non partiva, non voleva saperne. Dissi a mia sorella di scendere, quel giorno non saremmo andate a messa. E di prendere la macchina di papà non se ne parlava, non mi ero mai sentita al sicuro su quella ford che mi era sempre sembrata enorme. Pensai di andare a piedi, non erano molti chilometri, ma era già tardi e poi aveva da poco nevicato. A febbraio qui si gela. Non feci in tempo a varcare la soglia di casa che sentii il rombo del motore – se rombo si può chiamare quella sorta di wrom che bramiva la mia utilitaria. Papà chino sul cofano a farfugliare qualcosa.
“Funziona! Ma ormai credo si sia fatto troppo tardi. Andrete la prossima volta.”
“No papà, ci vuole un attimo! E poi lo sai che ci tengo. Su, Deja! Sbrigati, andiamo!”. Ci fiondammo fuori dalla porta e salimmo in macchina. Eravamo avvolte in piumini bianchi e scaldamuscoli. Un giorno di neve aveva completamente imbiancato il bosco. fortunatamente l’unica strada a disposizione per raggiungere il paese era stata prontamente cosparsa di sale; sentivo ancora in lontananza rumoreggiare la spazzatrice, così chiamava Dejanira il comune spargisale.
Appena fuori dal vialetto notai come le gomme slittassero a contatto con l’asfalto, o meglio, con la poltiglia che faceva da tappeto. Sapevo che era bene essere prudente, anche se rischiavamo di arrivare in ritardo.
“Che dici, si arrabbierà molto per un po’ di ritardo?” feci, sorridendo alla mia destra.
“Vorrà dire che resteremo qualche minuto di più alla fine” rise.
“Quante volte ti ho detto di mettere la cintura prima che sia partita? Siamo già a metà strada!” Fortunatamente avevo la mania di controllarla, mi sentivo costantemente responsabile. Sbuffò, come al suo solito, ma la allacciò.
Ciò che avvenne un attimo dopo fu breve, doloroso e confuso: le immagini si stamparono ai miei occhi, rapide come flash di titoli di coda. Felci, rami, bosco, verde, terra, ancora verde. Mia sorella, pezzi di plastica, sangue, terra, verde. Rumore. Buio.
Quando aprii gli occhi non sapevo di essere ancora viva, ma ci sperai. L’involucro di lamiera che si piegava sopra di me era quello che restava della mia macchina e un volto cereo segnato da rigoli rosso vivo era quello che speravo non essere rimasto di mia sorella. Fumo e benzina. Se ero viva e quello era reale dovevo uscire dalla macchina il prima possibile, anche se non sembrava facile: dai finestrini accartocciati vedevo solo fusti d’albero e felci che ostruivano ogni visuale. Scossi mia sorella, cercando disperatamente una risposta, un cenno, un movimento. Cercai la borsa, il cellulare, qualcosa. Ricordai che lo mettevo sempre in vista sul cruscotto e riuscii a prenderlo. Intanto mia sorella aveva aperto gli occhi. Grazie a Dio. Era solo svenuta.
“Parlami, stai bene? Dimmi qualcosa!”
“Dove sono! Aiuto! La testa. Usciamo! Usciamo c’è fumo usciamo!”
“Si. Devo togliere la cintura. Togli la tua. Sbrigati, veloce!”
“Ho fatto! Dai, corri!”
“Deja. Vai! Prendi il telefono, corri lontano, chiedi aiuto! Vai via di qui!”
Avrei voluto che quella scena fosse un buco nero, invece la ricordavo nei dettagli. Ogni flash era un fitta di dolore. Sapevo che non mi avrebbe dato retta, quella testa dura.
“Non ci penso nemmeno! Dobbiamo uscire di qui, forza, slegati.”
“Deja, è bloccata. Devi andartene. E’ un ordine hai capito?”
“Se tu resti qui, resto qui anch’io. Non ti ci lascio.”
“Sei pazza! Devi andartene! Può scoppiare tutto da un momento all’altro. Vai via!”
“Non – ti – lascio.”
Stavo per spingerla fuori con tutta la forza che avevo ma un bagliore tra le felci catturò i miei occhi. Ero proprio convinta di aver visto un uomo, per un millesimo di secondo, che mi guardava come se volesse dirmi qualcosa di importante. Ma svanì subito. Non so cosa successe perchè tutto fu consecutivo, confuso, veloce. Ma le immagini più chiare sono mia sorella che sgancia la mia cintura e mi trascina fuori dalla macchina.
Mi rendo conto di avere ancora due gambe intere, allora prendo Dejanira per il braccio e corro. Trovo una fessura tra gli arbusti e corro, come se scappassi dalla morte. Scappavo dalla morte. Quando fui sicura di essermi lasciata il disastro alle spalle, mi accasciai a terra, e sentii dolori lancinanti pervadermi tutto il corpo. Non riuscivo più a muovere le gambe, non riuscivo più ad alzarmi. Dejanira si spostava cercando copertura per telefonare.
Il silenzio fu rotto da urla in lontananza, non si capiva bene, forse alla macchina. Chissà quanto c’eravamo allontanate. Poi sempre più forti, più vicine, ma non così vicine da vedere chi fosse ad urlare così.
Ben presto riconobbi l’urlo straziante di mia madre, che urlava i nostri nomi, tra lo stridore delle lacrime che squarciavano lo spazio della distanza tra di noi. Adesso la sentivo:
“Le mie figlie! Le mie figlie!”
“Signora, deve allontanarsi. Non c’è più niente da fare” qualcuno rispose.
Ma no! Cosa le stava dicendo! Mamma sono qui! Siamo qui! Non potevo urlarlo ma Dio solo sa quanto ci stessi provando. Ciò che mi usciva non era che un flebile sussurro.
Un pianto disperato, il dolore straziante di una madre che ha conosciuto la morte. Ed io non potevo fare niente.
“Robi, ci sono riuscita! Sta chiamando!” Dejanira portò all’orecchio il cellulare e venne vicino a me.
“Pronto?” dall’altra parte. Papà.
“Aiuto! Papà aiuto! Siamo qui, non lo so, papà vieni a prenderci ti prego!”
Vidi, non so quanto tempo dopo, mio padre saltare giù dal precipizio sopra di noi sulla sola suola delle sue scarpe. Cascò giù scivolando, era la discesa di una vigna, poi capii. Una sirena qualche metro più in là e mia madre piangeva ancora.
Qualche mese dopo, sfogliando l’album della nonna, trovai la foto dell’uomo che ero sicura di aver visto sul luogo dell’incidente. Quella era la foto del mio bisnonno. Non lo avevo mai visto prima.
Impossibile rimanere vive, dissero. Da una macchina in quelle condizioni non si esce vive. Un volo di dieci metri può portare solo morte. Dissero. Eppure sono qui.




